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Tepoztlán, o Tepoz, come lo chiama affettuosamente chi ci vive, si trova nello stato di Morelos, la terra di Emiliano Zapata. È un paese appollaiato ai piedi di alcune montagne che in questa stagione piovosa assumono un colore verde brillante. La bellezza del paesaggio e l’ottima posizione (a circa 50 Km dalla capitale) ne fanno un luogo privilegiato. Molti chilangos (abitanti di città del Messico) vengono qui a trascorrere ponti e fine settimana, ma c’è anche tanta gente che ha scelto di fare di Tepoztlán casa sua. Il gruppo dei tepostizos (gioco di parole impiegato per indicare gli abitanti non autoctoni di Tepoztlán) è molto variegato in termini di età, nazionalità e professioni: messicani provenienti da tutta la repubblica, italiani, francesi, gringos, sudafricani, giovani coppie con bambini, artisti, intellettuali, docenti universitari, artigiani, pensionati, adepti delle più disparate correnti new age.

E poi ci sono i tepoztecos, quelli che sono nati qui, che fino a un paio di generazioni fa vivevano delle loro terre coltivate e che conservano la saggezza antica dei popoli contadini, quelli che organizzano le feste dei patroni di ciascun barrio, quelli i cui nonni parlavano náhuatl e lasciavano offerte nelle grotte in montagna. Oggi molti tepoztecos hanno venduto le loro terre e hanno cominciato a dedicarsi al commercio: vivono dei negozi e dei banchetti di cibo del mercato, oppure offrono servizi ai turisti e ai tepoztizos: giardinieri, baby sitter, badanti, signore delle pulizie, guide… Il turismo e le persone che lavorano fuori ma vivono a Tepoztlán garantiscono un discreto benessere per tutti.

Nonostante questo, l’equilibrio tra gli autoctoni e quelli venuti da fuori è sempre un po’ precario, ormai non possiamo più vivere gli uni senza gli altri, ma la convivenza non è sempre facile. Spesso esiste una certa diffidenza nelle relazioni tra i locali e gli “stranieri”, e anche se a Tepoztlán (quasi) tutti riescono a vivere dignitosamente, le differenze economiche rimangono evidenti, mentre a volte le differenze sono culturali: non ci si capisce, o non ci si vuole capire. Una parte della comunità “straniera” sembra vivere in un mondo a parte, e dal canto loro i tepoztecos mantengono e rivendicano con orgoglio le proprie radici e le proprie usanze, e continuano ad avere il peso maggiore nelle decisioni che si prendono nella comunità. Nelle riunioni e nelle assemblee capita spesso che qualcuno venga zittito con questo argomento “Tu vieni da fuori” (e questo si riferisce a qualsiasi persona che non sia nata qui, messicana o no) ed è una cosa un po’ frustrante perché anche noi, che qui viviamo e sogniamo, vorremmo avere voce in capitolo, qualche volta.

 Oggi Tepoztlán con le sue montagne e i suoi abitanti è minacciato dalla costruzione di una mega autostrada che causerà un danno ambientale irreparabile: migliaia di alberi saranno tagliati, montagne saranno spianate, piccole valli riempite l’habitat di molti animali si perderà per sempre. Il paese si riempirà ulteriormente di macchine (già ce ne sono troppe), e tir e rimorchi potranno scorrazzare allegramente attraverso un parco naturale. L’autostrada non apporterà nessun beneficio alla comunità, la vera ragione per la sua costruzione è la necessità di una via più rapida per trasportare merci tra la costa pacifica e quella atlantica. Per fortuna, se c’è una cosa che accomuna la maggior parte degli abitanti di Tepoz, siano essi nati qui o no, è una certa coscienza ecologica, la consapevolezza della ricchezza offerta dalle montagne e la determinazione a difenderle. E così adesso tepoztecos e tepostizos si stanno unendo in difesa del territorio e contro la costruzione dell’autostrada, pur con qualche difficoltà e diffidenza, e dovendosi confrontare con chi non capisce perché, anche se uno viene da fuori, vuole intervenire in difesa di un territorio che ama.

Era già successo un po’ di anni fa, quando tra il 1995 e il 1997 gli abitanti di Tepoztlán, uniti, sono riusciti a fermare la costruzione di un club di golf che avrebbe rovinato la montagna e prosciugato le risorse acquifere della zona.

Il conflitto si protrae da mesi, i “Fronti Uniti in difesa di Tepoztlán” hanno dimostrato il danno ambientale che causerebbe una simile opera e ne sostengono l’illegalità, visto che le autorità locali non hanno mai dato il loro consenso.

In questi ultimi giorni la situazione si è fatta più tesa: i macchinari sono entrati nel territorio di Tepoztlán senza permessi e nonostante la resistenza pacifica degli abitanti, i tentativi di dialogo sono stati risolti con l’invio di contingenti di polizia, la distruzione è cominciata.

Oggi la lotta è più complicata, Tepoztlán è più diviso, non riesce a compattarsi su una posizione comune, l’aggressività delle imprese appoggiate dal governo è più forte. Sarà difficile resistere. Eppure vale la pena provarci, non solo perché ritengo la protezione dell’ambiente una causa fondamentale per il futuro dell’umanità, ma anche perché Tepoz è casa: lo è, ovviamente, per chi qui è nato e cresciuto, ma lo è anche per noi, che, arrivati da più o meno lontano, abbiamo scelto di fermarci qui. Ogni mattina questo posto offre a tutti il canto degli uccellini, ogni sera il concerto dei grilli e le cicale, e in questa stagione piovosa, si può addormentarsi cullati da un bel temporale. 

 

Per chi volesse saperne qualcosa in più qui e qui si trovano degli articoli (in spagnolo)

La settimana scorsa mi sono presa una vacanza e ho scoperto un piccolo paradiso: il villaggio di Mazunte sulla costa dello stato di Oaxaca.

Spiaggia dorata, mare splendido, atmosfera rilassata. Era proprio quello che mi ci voleva, ma non è solo questo che fa di Mazunte un posto speciale…

Negli anni’70 e ’80 questo piccolo villaggio era il principale centro di sfruttamento delle tartarughe marine: si commerciavano la carne, le uova, il guscio…  esisteva un apposito macello per tartarughe dove venivano uccise in media 1000 (mille!) tartarughe ogni giorno.

All’inizio degli anni ’90, quando erano sull’orlo dell’estinzione, il governo messicano ha proibito la pesca di tartarughe marine e il destino degli abitanti di Mazunte sarebbe stato quello dell’emigrazione verso le grandi città del Messico o degli Usa. Per fortuna però gli abitanti hanno trovato un altro modo per vivere senza dover lasciare la loro comunità.

Il governo messicano ha deciso di creare proprio li, nel luogo in cui una volta venivano cacciate, il centro mexicano de la tortuga  che si dedica alla ricerca e alla protezione di questi rettili e oggi è uno dei principali centri di tutta l’America latina.

Il centro coinvolge anche volontari che vengono da fuori e abitanti della comunità nella difesa e protezione delle tartarughe.

Le attività comprendono la ricerca scientifica sulle tartarughe e azioni di protezione come la ricerca e cura dei nidi, la liberazione delle tartarughe (alcune appena nate, altre di alcune settimane), la cura di tartarughe in difficoltà e di quelle che vengono sequestrate dalle autorità.

Oltre a questo, il centro fa un grande lavoro di sensibilizzazione con la comunità locale e i turisti. Oggi tutti gli abitanti della comunità sono chiamati a partecipare, in certa misura, nella difesa delle tartarughe. I padroni dei ristorantini che si affacciano sulla spiaggia si prendono cura di alcuni dei nidi che trovano, offrono gli spazi e le attenzioni necessarie allo sviluppo delle uova. I guidatori e i proprietari delle lance che portano i turisti al largo a vedere balene, tartarughe e delfini si impegnano anche a pattugliare le acque per difenderle dai pescatori di frodo.

Durante il mio soggiorno mi è capitato di partecipare a due “liberazioni” di tartarughine appena nate. La gente si riunisce sul bagnasciuga, ciascuno riceve una piccola tartaruga che sarà liberata sulla spiaggia e poi si rimane ad aspettare fino a quando l’animaletto riesce a prendere il largo tra le onde. È un piccolo gesto che riesce a riempire di emozione e a far sentire turisti e locali coinvolti nella difesa di questi animali.

La trasformazione in positivo di Mazunte però non finisce qui: grazie ad alcune fondazioni è stata creata una cooperativa di donne che producono cosmetici naturali. Le materie prime provengono principalmente dalla regione e i prodotti non sono testati sugli animali. La comunità si è data delle regole precise sulla costruzione di nuovi edifici, che devono essere sempre il più possibile costruiti con materiali sostenibili e provenienti dalla zona, non si possono fare costruzioni troppo grandi o alte, che siano invasive per il territorio.

Poco lontano da Mazunte, a Ventanilla, un’altra cooperativa si prende cura di una zona di mangrovie abitata da coccodrilli, iguane, e varie specie di uccelli. La cooperativa porta avanti progetti di riforestazione delle mangrovie, protegge quelle che già ci sono e le forme di vita che le abitano. In più si prende cura di alcuni animali selvatici che le autorità hanno sequestrato a privati e che adesso non sono più in grado di vivere nella natura. Anche sulla spiaggia di Ventanilla arrivano le tartarughe a depositare le uova e la protezione dei nidi e la liberazione delle tartarughe è un’altra attività importante della cooperativa.

Da principale luogo di pesca a centro di difesa delle tartarughe marine, il percorso di Mazunte è la dimostrazione del fatto che uno sviluppo sostenibile è possibile, che un tipo di turismo “gentile” e non distruttivo, a basso impatto ambientale, riesce comunque a garantire alla comunità entrate sufficienti, che la protezione de la difesa delle ricchezze naturali può convertirsi in una risorsa importantissima per le comunità.

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Bandierine messicane dappertutto, lucette verdi, bianche e rosse che fanno molto natale. Invece no…è il “mes patrio”! È si perché in settembre si festeggia l’indipendenza del Messico dalla Spagna. Una delle tante stranezze di questo paese è che i messicani hanno deciso di festeggiare l’INIZIO degli eventi importanti del loro passato (l’indipendenza, la rivoluzione) e non il momento in cui questi eventi sono arrivati a compimento o hanno raggiunto il loro scopo.

In settembre, dicevo, si festeggia l’indipendenza. Su tutti i libri di storia si dice che all’alba del 16 settembre del 1810, Miguel Hidalgo, parroco della chiesa di Dolores, dopo la messa abbia chiamato il popolo messicano a sollevarsi in armi per l’indipendenza, il richiamo di Hidalgo è passato alla storia come “el grito de dolores” ed è considerato l’evento scatenante della guerra.

Nel Messico di oggi la sera del 15 settembre si celebra il “grito de independencia”, un simpatico evento che ha luogo in tutti gli angoli del Messico e in cui il rappresentante del governo più alto in carica urla i nomi dei padri della patria a cui la gente risponde con un coro di “viva!”. Così, dal presidente della repubblica che si affaccia dal balcone del Palacio Nacional, all’alcalde dell’ultimo dei paesini, tutti emettono il loro “grito” che si conclude con un “Viva México” urlato tre volte.

Nel paese in cui vivo, Tepoztlán, il 15 settembre c’è il “grito” seguito da fuochi artificiali e musica. Il 16 parata di tutte le scuole del municipio che sfilano ciascuna con la sua banda e portando la bandiera, tutti naturalmente in divisa. In fondo alla parata un gruppo di uomini e donne a cavallo, con vestiti che imitano quelli ottocenteschi, l’immancabile bandiera e il vessillo della Vergine di Guadalupe.

Sul palco preparato in piazza c’è la sfilata di autorità e poi la presentazione della “regina delle feste patrie” e delle sue “principesse”. Poi musica, balli, dimostrazioni di charrería.

Ed ogni anno, in tutti gli angoli del paese, l’indipendenza si festeggia con un entusiasmo en un impegno che a me, fanno un po’ sorridere.

Eppure nonostante lo spiccato nazionalismo (basti citare, oltre alle feste di settembre, l’alzabandiera e l’inno nazionale cantato a scuola tutti i lunedì mattina) bisogna dire che il Messico sa anche essere includente..

Durante la guerra civile spagnola il presidente messicano Lázaro Cárdenas è stato l’unico capo di stato a dichiarare ufficialmente che il Messico sarebbe stato disposto ad accogliere e dare asilo agli esuli repubblicani. È stato così che una grande quantità di persone comuni, ma anche di artisti e di intellettuali sono arrivati sul suolo messicano e hanno contribuito grandemente allo sviluppo culturale e politico del paese. Qualche decennio dopo, tra gli anni ’50 e ’80, il Messico non ha smesso di accogliere gli esiliati provenienti dai tanti paesi latinoamericani vittime delle dittature militari.

Ancora oggi per chi viene da fuori, il Messico continua ad essere un posto accogliente. La politica e la burocrazia possono essere sfiancanti e a volte crudeli, ma la gente, quella con cui ci si incrocia per strada tutti i giorni, si mostra sempre gentile e curiosa nei confronti degli stranieri dimostrando così che il fatto di sentirsi profondamente legati alla propria storia non impedisce di aprirsi alla diversità.

Elezioni (2)

[seconda puntata]

Dopo 6 anni di violenza e instabilità economica, ecco alle porte le nuove elezioni. Per il PAN, il partito al potere, è candidata Josefina Vázquez Mota, che propone sostanzialmente un programma di continuità con l’azione di governo di Calderón, per il PRI è candidato Enrique Peña Nieto, ex governatore del Estado de México (dove si è distinto per le sue azioni repressive e pre la corruzione diffusa), legato all’ala più corrotta e conservatrice del partito, alleato e pupillo di televisa, il più grande gruppo di telecomunicazioni del paese. Il PRD ha ricandidado, dopo aver svolto delle primarie, Andres Manuel López Obrador, l’unico ad avere un programma che presti davvero attenzione ai grandi problemi del Messico attuale: l’educazione, l’emarginazione e la violenza non tanto come questione a se, quanto come conseguenza dei problemi anteriori. Va poi citato Gabriel Quadri de la Torre, candidato del Partido Nueva Alianza, il partito del sindacato dei maestri.

Fino a qualche mese fa la vittoria di Enrique Peña Nieto (del PRI) sembrava scontato, l’appoggio sfacciato di televisa, la quantità di soldi destinati alla campagna elettorale, la capacità del partito di fare proseliti in ogni angolo del paese sembravano non dare molte speranze agli altri candidati. Poi in giorno, qualcosa si è mosso, Peña Nieto (che, tra tutte le altre cose, non si caratterizza per la sua cultura) si presenta all’Universidad Iberoamericana, molti studenti lo contestano e lui finisce per “scappare” dall’università. Molti giornalisti asserviti dichiarano che i contestatori non erano universitari, ma gente venuta da fuori, gli studenti si organizzano, dimostrano di essere tali, e chiamano gli alunni di altre università e la società civile a ribellarsi al monopolio di televisa e alle sue bugie. Nasce il movimento studentesco yo soy 132 (yosoy132media.org). Il movimento si definisce come apartitico e promotore della libertà di espressione e diffusione dell’informazione, studenti di tutte le università del paese si sono impegnati per contrastare e dimostrare le bugie del gigante televisa, per controllare e denunciare eventuali frodi elettorali, per proporre un rinnovamento della politica messicana. Il movimento ha organizzato, tra le altre cose, un dibattito presidenziali indipendente (a cui Enrique Peña Nieto si è rifiutato di partecipare) in cui studenti e cittadini comuni hanno potuto sottoporre ai candidati dubbi, domande, preoccupazioni sul paese in generale e sul programma di ciascuno.

È difficile stabilire cosa succederà il primo luglio, la compra vendita di voti è una pratica diffusa in tutto il paese, così come altre forme di frodi elettorali, nonostante questo, il movimento soy 132 è riuscito a svegliare molte coscienze, c’è molto malcontento per la politica del PAN e la violenza che ha portato, Peña Nieto, il candidato della TV bello (dicono…) e patinato e al primo posto nei sondaggi, dopo di lui, a soli due punti, López Obrador, una grande, grandissima massa di “indicisi”…che sia la volta buona?

Elezioni (1)

Si, lo so, non sono molto costante nell’aggiornare questo blog, ma tra lavoro di campo sulla sierra e capitoli da scrivere il tempo purtroppo non è mai molto.

Questa volta però l’occasione è davvero importante, e quindi un po’ di tempo devo proprio trovarlo.

Domenica prossima, il 1 luglio, si terranno le elezioni presidenziali e saranno, si spera, un momento di cambiamento e rinnovazione per il paese.

Per capirci qualcosa è necessario fare qualche passo indietro e ricordare che dalla fine della rivoluzione messicana fino al 2000 un solo partito ha governato il Messico. Per 70 lunghi anni il Partido Revolucionario Institucional (un nome un programma…) è stato il potere. Il PRi era (e rimane) l’archetipo del partito corrotto latinoamericano fatto di clientelismi, corruzione a ogni livello, compravendita di voti, frodi e tante altre belle cosine. Nonostante il nome del loro partito i governanti del PRI si sono anche macchiati, nel corso dei decenni, di feroci azioni repressive e hanno messo in pratica politiche liberiste che hanno messo in ginocchio l’economia del paese. Eppure, ogni 6 anni il presidente in carica faceva il nome del “suo” candidato e questo, casualmente, vinceva le elezioni con la stragrande maggioranza dei voti.

Il primo scossone a questo sistema è arrivato con le elezioni del 1988, quando la frode elettorale ai danni Cuauhtemoc Cárdenas (candidato di centro sinistra) e a favore di Carlos Salinas de Gortari (del PRI) fu così evidente che milioni di persone si riversarono per le strade per chiedere l’annullamento delle elezioni. Nonostante ciò Salinas de Gortari ha governato i suoi 6 anni, sotto il suo governo si è firmato il trattato di libero commercio con USA e Canada, e oggi è ricordato come uno dei peggiori e più corrotti presidenti del Messico.

Bisognerà attendere fino al 2000 per vedere la fine di quella che Vargas Llosa ha chiamato “la dittatura perfetta” e la vittoria elettorale di Vicente Fox, candidato del Partido de Acción Nacional, un partito decisamente di destra. Le aspettative di cambiamento di molti rimasero però totalmente insoddisfatte. Vicente Fox, che prima di diventare presidente del Messico era presidente di Coca-cola Messico, ha governato il paese come fosse la sua azienda personale, facendo fondamentalmente i suoi interessi e quelli della moglie. Il PAN si è dimostrato, alla fine dei conti, un partito non meno corrotto del vecchio PRI.

Nel 2006 una nuova frode elettorale. Andrés Manuel López Obrador, ex governatore di città del Messico, si candida alla presidenza per il Partido de la Revolución Democrática, di centro sinistra, per il PAN si candida Felipe Calderón e per il PRI Roberto Madrazo. Nonostante la “campaña sucia” (campagna sporca) portata avanti dalle televisioni, i gruppi imprenditoriali e i partiti avversari, López Obrador godeva di grandissimo appoggio popolare grazie, tra le altre cose, al successo avuto come governatore di città del Messico, dove ha investito in trasporti pubblici, ambiente, equità di genero, lotta alle discriminazioni di ogni tipo. AMLO, come lo chiamano i suoi sostenitori, sembrava destinato alla vittoria. Con frodi evidenti ed eseguite a vari livelli, vince Felipe Calderón. Di nuovo grandi manifestazioni di protesta, di nuovo niente, Calderón rimane al suo posto e da il via a una guerra al narcotraffico che ha gettato il paese in uno stato di violenza che non si vedeva da anni. Insieme alla guerra al narco, il PAN al potere porta avanti anche forti politiche repressive nei confronti di attivisti impegnati nella difesa dei diritti umani e dell’ambiente. Si calcola che dall’inizio del mandato di Calderón la guerra contro il narco abbia causato 60 000 morti.

[fine della prima puntata]

In questo blog ho parlato in due occasioni della battaglia che il popolo huichol (wixarika) sta conducendo insieme a molti altri (ambientalisti, associazioni, etc) in difesa del deserto di Real de Catorce, ubicato nello stato di San Luis Potosí.

La lotta in difesa di questa zona è importante per due ragioni.

-Si tratta di un luogo sacro al popolo wixarika. Ogni anno alcuni indigeni partono in pellegrinaggio dalla sierra madre occidentale per recarsi nel deserto di Real de Catorce, Wirikuta, il luogo in cui è nato il sole.

-Il deserto è un ecosistema fragile e unico. Nonostante le difficoltà climatiche, nella zona esistono una enorme quantità di specie animali e vegetali, molte delle quali endemiche.

Lo stato messicano ha autorizzato 38 concessioni di sfruttamento minerario ha una compagnia canadese, e fino ad ora è rimasto completamente sordo al richiamo del popolo huichol e degli altri attivisti. Finalmente qualcosa si è mosso: il 26 febbraio il Poder Judicial de la Federación, l’istanza più alta in materia di giustizia, ha decretato la sospensione provvisoria di tutti i progetti di esplorazione e sfruttamento minerario nella zona fino a quando non saranno analizzati tutti gli elementi giuridici sulla questione. Ciò non significa la revoca delle concessioni, che è quanto stanno chiedendo gli huicholes e tutti i difensori del deserto, ma è comunque un passo avanti, un riconoscimento dell’esistenza di un problema davvero importante, che riguarda l’intera nazione messicana.

Oggi sull’autobus ho visto una signora con una macchia grigia sulla fronte, ho guardato meglio: era cenere. Del resto oggi è il mercoledì delle ceneri. Il carnevale è appena finito, la quaresima comincia. Nell’ultima settimana anche le strade di Tepoztlán si sono trasformate: le vie principali piene di banchetti che vendono ogni tipo di cose, la piazza centrale, quella del mercato, sgombera per lasciare spazio alla danza dei chinelos, il ballo tipico della regione. Bello…eppure… Uno strano sentimento si affaccia alla mia mente, ma riesco ad identificarlo quasi subito, non pensavo che sarebbe successo, e invece è proprio vero: ho nostalgia della sierra! Nonostante tutte le comodità materiali della mia vita cittadina ho una strana voglia di essere lassù tra le montagne della Sierra Madre Occidental, dai “miei” indigeni. Il carnevale per i cora stabilisce le premesse di quello che poi succederà durante la settimana santa. Si celebra la trasgressione della divinità, tanto pericolosa quanto necessaria perché la vita possa continuare sulla terra (troppa virtù, dicono, è sterile). La comunità intera sembra attraversata da un brivido di gioia e di eccitazione, con l’avanzare dei giorni, sempre più persone si aggiungono alla danza dei “pachiteros” fino al culmine dell’ultimo giorno. L’anno scorso ero li, io e Cecilia, la mia compagna di avventure, abbiamo passato un’intera notte a danzare las pachitas e ad aiutare una delle signore che aveva degli incarichi nel rituale. Avevamo bevuto un sacco di coca cola, ma avevamo sonno lo stesso, c’era anche freddo, circolavano grandi ciotole di caffè e cioccolata tiepide, che passavano di mano in mano e di bocca in bocca…anche delle nostre. E adesso avrei di nuovo voglia di essere la, nonostante tutto, per osservare le centinaia di persone che danzano tutte insieme, allo stesso ritmo illuminate dalle torce, per ascoltare la musica e le parole, per imparare un nuovo modo di stare nel mondo. E così, dopo la sierra, l’odore del fumo mi fa venire in mente le cucine delle donne indigene, e certi momenti del calendario mi ricordano che qualcuno sta celebrando il peccato degli dei, la loro morte, o la semina e il raccolto del mais, e che lassù tra le montagne, c’è un tesoro che suscita tutta la mia ammirazione e la mia voglia di scoprirlo.