Traduco qui sotto un articolo pubblicato sul quotidiano La Jornada del 5 agosto 2011 in cui si spiega come, in tutto il continente americano, i popoli indigeni siano ormai abbandonati a sé stessi e alla mercé degli interessi delle grandi multinazionali.
Il testo originale si trova qui.
I popoli originari d’America, dal Canada fino al cono Sud vivono danneggiati da numerosi progetti di sviluppo e di estrazione di risorse naturali, poiché la maggior parte di queste attività si stabiliscono nei territori indigeni e rappresentano la minaccia che potrebbe portarli alla sparizione.
Secondo il rapporto di Amnesty International sui popoli indigeni, “sacrificare nel nome dello sviluppo”, alla marginalizzazione e discriminazione storiche si aggiunge oggi la connivenza tra i diversi stati e le grandi multinazionali, che oltre a provocare disastri ambientali, hanno seminato divisione e discordia tra le comunità indigene.
A motivo della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni, che si celebra il prossimo nove agosto, Amnesty ha richiamato i governi di tutta l’America affinché “la smettano di dare la priorità a progetti di sviluppo ai danni dei diritti di queste comunità”, visto che sono le principali vittime dei piani di estrazione di minerali, risorse energetiche o di sfruttamento delle bellezze naturali da parte di grandi consorzi turistici. Tutto questo succede in Amazzonia, ma anche negli Stati Uniti, Canada, America Centrale o nel cono Sud. Si calcola che in America vivano 40 milioni di indigeni.
“Risulta allarmante vedere come si violano continuamente i diritti umani di milioni di indigeni in tutta l’America. La loro sopravvivenza fisica e culturale è oggi in pericolo perché non c’è la volontà politica di riconoscere, rispettare e proteggere i loro diritti, quando questi sono considerati un ostacolo per la crescita economica” , ha spiegato Susan Lee, direttrice del Programma Regionale per l’America di Amnesty.
Una delle conclusioni del rapporto, basato sul lavoro di campo e la raccolta di denunce e allerte delle stesse comunità, è che i popoli indigeni si sono trasformati in un “ostacolo per gli interessi commerciali, ragion per cui sono minacciati, scacciati con la forza, uccisi nell’affanno di sfruttare le risorse naturali delle zone in cui vivono.” Un dramma che si è acutizzato per questioni finanziarie, come l’estrazione di risorse naturali che sostengono le economie di vari paesi della regione e la corruzione ricorrente dei governi da parte delle grandi imprese.
In Brasile per esempio, prosegue la costruzione della diga di Belo Monte su fiume Xingu in Amazzonia, nonostante l’ordine della Commissione Interamericana dei Diritti Umani di fermare il progetto fino a quando si possa valutare esaustivamente il suo impatto sulle comunità indigene. Nei paesi di tutta la regione come Argentina, Brasile, Canada, Colombia, Ecuador, Guatemala, Messico, Panama e Perù i popoli indigeni non sono stati consultati prima di approvare leggi che minacciano il loro ambiente di vita.
Sono anche stati realizzati piani di sviluppo in terre ancestrali senza rispettare il diritto indigeno a dare un consenso anticipato, libero e informato.
Fernanda Daz Costa, redattrice del rapporto di Amnesty, ha spiegato a La Jornada che “preoccupa l’aumento di interessi per certe materie prime e risorse naturali nei territori di queste popolazioni.”
Mostra anche, però, che l’auto organizzazione degli indigeni per esprimersi si è incrementata. Nonostante questo, la costante è uno scenario di intensa conflittualità sociale che in molti casi sfocia nella violenza, e in scontri che coinvolgono agenti dello stato. O a volte la violenza viene esercitata dai servizi di sicurezza delle imprese che vogliono estrarre le risorse naturali. Così gli agenti esterni (le imprese) operano per dividere le popolazioni, ci sono casi di comunità che si scontrano tra di loro.
La ricercatrice ha riconosciuto che è difficile dimostrare la relazione delle grandi imprese con gli assassinii politici, la persecuzione giuridica, le minacce e le sparizioni forzate dei leader indigeni. “Ma che ci sono molti indizi e denunce” che sostengono la teoria della partecipazione dei servizi di sicurezza delle multinazionali nella creazione di gruppi paramilitari o “che eliminano leader problematici. Tutto questo con la connivenza del governo o dello stato”. Daz Costa ha citato come caso paradigmatico quello della comunità Sarayacu, in Ecuador che oggi si trova di fronte alla Commissione Interamericana per i Diritti Indigeni. “In questo caso la comunità ha dimostrato che l’impresa Texaco è arrivata accompagnata dall’esercito negli anni ’80 e ha commesso numerosi sequestri, minacce, violenze e omicidi. “Diciamo che l’impresa e il governo hanno agito in modo coordinato”.
La ricercatrice ha indicato che ci sono numerose denunce dei supposti vincoli di multinazionali che finanziano paramilitari, che nel caso della Colombia hanno causato morte e distruzione nel paese. “Molte volte l’asse della discriminazione è che lo Stato non ha gli strumenti legali sufficienti per esigere alle imprese che agiscano in base ai diritti umani. Gli organismi controllori dello Stato non funzionano o semplicemente si impone la corruzione.”
Il rapporto completo si può consultare a questa pagina: www.amnesty.org
Armando Tejeda