Ho già più volte citato il movimento nato intorno allo scrittore Javier Sicilia.
Presento qui un articolo apparso sulla jornada del 26 giugno, che cerca di fare il punto della situazione e propone alcune riflessioni sull’incontro di Sicilia con il presidente della repubblica Felipe Calderón.
Il testo originale se si trova qui.
Verso dove va il movimento per la pace?
Pietro Ameglio
La decisione di intraprendere un dialogo diretto con il potere esecutivo è stata persa di comune accordo da Javier Sicilia e la gran maggioranza dei familiari delle vittime che hanno costruito questo movimento, non solo con l’obiettivo di dare visibilità a livello nazionale ai volti e alle storie personali di migliaia di vittime di questa guerra civile senza senso, ma anche per aiutare perché i loro familiari, come soggetti sociali, avanzino in un processo collettivo di lavoro per la giustizia, verità e dignità, e non solo per la risoluzione dei loro casi personali.
È sempre stato chiaro che questo dialogo costituiva un’azione di “lotta sociale”. Per questo i discorsi sono stati costruiti collettivamente con esigenze molto precise ai diversi poteri.
“Far sedere l’autorità” di fronte a milioni di messicani per ascoltare la testimonianza diretta delle vittime di questa guerra, confrontare con fermezza i governanti alla loro complicità con il crimine organizzato, dimostrare la loro incapacità per applicare la giustizia e la sicurezza, cambiare la loro agenda elettorale per una della pace, non ci sembra una cosa minore ne facile da ottenere. Ma chiaro, i mezzi di comunicazione e il potere fanno il loro lavoro: collocano la riflessione non sulle esigenze delle vittime e la necessità di organizzarci per renderle effettive, ma su un’immagine: la foto dell’abbraccio di Javier Sicilia con Calderón è sulle prime pagine della stampa, ma Javier ha uno sguardo serio e fermo, grave; Calderón un sorriso. Umanizzare e dialogare con l’avversario è un principio basilare della costruzione della politica, la pace e la non violenza, ma non ha niente a che vedere con sottomissioni o tradimenti, le esigenze forti e chiare che hanno espresso le vittime non lasciano spazio per nessuna speculazione al riguardo.
Alcune delle principali esigenze delle vittime sono state: avanzare verso un modello di sicurezza cittadina; presentazione immediata dei desaparecidos; creazione di una legge nazionale per le vittime (protezione, giustizia, indennizzo, memoria e vertià…); procure specializzate in femminicidi e sparizioni forzate in ogni stato; che la procura generale della repubblica si occupi dei casi paradigmatici di tutto li movimento; creazione di un banco nazionale di informazione genetica dei familiari delle vittime; compimento da parte dello stato delle risoluzioni della Corte Interamericana dei casi di Campo Algodoner, Radilla, Valentina Rosendo e Inés Fernández; collocazione in tutte le piazze di targhe con i nomi delle vittime, presentazione in tutte le scuole pubbliche di un video con testimonianze delle vittime; protezione della comunità di Cherán e dei suoi boschi, protezione dei luoghi sacri degli huicholes, contro l’impresa mineraria canadese e fine delle ancheria a Osutla e alle comunità zapatise; garantire il diritto all’acqua dei paesi dello stato di Morelos; smantellamento del gruppo paramilitare Ubisort; approvazione della riforma politica…Qual è allora il prossimo passo? Fare in modo che si compiano queste esigenze in un tempo breve, e questo sarà possibile solo se, come società, ci organizziamo e restiamo uniti nelle commissioni di lavoro del patto, in nuove mobilizzazioni non violente e pressione politica.
Questo non è un piano di lotta concluso ma in costruzione, è solo la presentazione degli obiettivi reali che puntano al cuore del problema e all’unica cosa che adesso unisce migliaia di cittadini: “Non un morto di più! Giustizia e dignità per tutte le vittime! Basta con la guerra!”
In questa prima tappa, il movimento ha reso visibile il fatto che la nazione, negli ultimi quattro anni, è attraversata da una guerra di 40 000 morti e 10 000 desaparecidos, che la gran maggioranza di questi sono vittime innocenti che hanno un volto, un nome e una storia personale degna di essere rivendicata; che non ci sono due gruppi con buoni e cattivi, ma ce n’è uno dove si mescolano bande delinquenti con la complicità delle forze armate, politiche e imprenditoriali, e un altro dove si trovano le vittime e che appartiene alla società civile.
Adesso cominciamo a camminare verso un’altra tappa molto più complessa: fermare la guerra, ottenere giustizia e verità, demilitarizzarci gradualmente. Dall’angolo della resistenza civile, è possibile che stiamo sulla frontiera tra la cooperazione con l’autorità e la non cooperazione e la resistenza civile. La carovana ha mandato segnali sullo stile nonviolento del movimento: il 7 giugno è stato chiamato il procuratore di Nuevo León a mezzanotte per presentargli i casi di 9 vittime e ottenere un impegno pubblico di mostrare in un mese degli avanzamenti nella soluzione dei casi. Un altro evento è stato realizzato nella piazza di Chihuahua quando Sicilia ha collocato di nuovo una targa di fronte al palazzo del governo in memoria di Marisela Escobedo, accusando il governatore di immoralità se l’avesse tolta, perché il padrone della piazza è il popolo. L’ultima azione da ricordare è la carovana, fatta a petizione della comunità, che questa domenica arriverà a Cherán con viveri e persone per aiutare nel lavoro per la pace, contro l’assedio che soffre questa comunità indigena.
Si è insistito molto nel dialogo sulla possibilità di sostituire, in parte, il modello di militarizzazione della sicurezza pubblica con uno di sicurezza cittadina civile e pacifica. Nel nostro paese ci sono esperienze interessanti al riguardo, le due principali che conosco sono quella della polizia comunitaria di Guerrero e quella delle comunità autonome zapatiste. In questi luoghi la droga e il crimine organizzato sono stati in parte controllati. Anche per questo è fondamentale realizzare una carovana verso sud, per ascoltare e imparare da queste comunità, e per conoscere le esperienze di resistenza civile.
Questo movimento per la pace è un’espressione cittadina consonante con l’indignazione morale che percorre il mondo, qui identificata con il “non ne possiamo più” (estamos hasta la madre). Esistono certamente molti errori che devono essere corretti, ma si dovrà fare in modo costruttivo, a partire dall’unità collettiva.
La critica è sempre benvenuta e necessaria quando serve per accumulare forza morale e materiale per la lotta, quando è accompagnata da un corpo che si presta al confronto.
Nella lotta contro l’inumanità abbiamo bisogno di tutti e di essere ogni volta sempre di più.