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Non sono in Messico, ma vale comunque la pena di raccontare le mie esperienze di viaggio…

Atterrati domenica a Casablanca. Ieri ci siamo alzati tardi, tanto per cambiare…

In mattinata siamo andati al mercato insieme a Sarah, un’amica che vive qui da 6 mesi. Ad un certo punto siamo arrivati nella sezione dei macellai: grandi teste di dromedario con qualche foglia di insalata in bocca mi guardavano attraverso gli occhioni ormai vuoti. Mi ha fatto un certo che, confesso. Sarah si è avviata decisa verso uno dei banchetti e ha comprato 600g di macinato di dromedario. In un altro banchetto su cui si potevano osservare in bella mostra montagne di olive ne abbiamo comprate un po’ di condite con delle erbe.

Dopo poco eccoci seduti al tavolo di una specie di ristorante aspettando che ci portassero il NOSTRO dromedario cucinato insieme a un po’ di pomodori e cipolle alla griglia. Il tutto si mangia senza posate, con il pane. La carne del dromedario ha un sapore forte, leggermente dolce, un po’ “selvatico”, non so se la mangerei tutti i giorni, ma devo dire che mi piace. Il nostro pranzo è accompagnato da te alla menta, caldissimo e dolcissimo. Il signore che ce lo serve vuole darlo ad Arturo, l’unico uomo che ci accompagna, perché, si sa, sono gli uomini che servono il tè.

 Finito il nostro pranzetto a base di dromedario ci siamo addentrati per la parte del mercato dedicata a pozioni e magie. Sui banchetti si susseguono erbe fresche e secche, gabbie piene di tartarughe di terra, pelli di animali vari, tra cui istrici. Mi ricorda un po’ la sezione analoga del mercado de Sonora di città del Messico, solo qui tutti parlano la variante locale dell’arabo e io non capisco niente, ovviamente.

Alla sera à arrivato uno dei momenti più belli della giornata: io e Sarah ce ne siamo andate all’hammam (il bagno), un’esperienza davvero interessante. Distribuiti nelle due stanze che compongono il bagno, gruppetti di donne chiacchierano, si insaponano a vicenda e si strofinano il corpo l’un l’altra con guanti ruvidi. Altre se ne stanno sedute a chiacchierare nell’altra stanza, piena di vapore.

Accovacciate di fronte a lavandini da cui esce acqua caldissima, le donne si danno varie passate di sapone e di shampoo, si pettinano, si massaggiano, le mamme lavano le bambine, che un po’ piangono e un po’ giocano con l’acqua. Questa vicinanza di corpi quasi completamente nudi, la condivisione di gesti così intimi, sono per me una cosa nuova. Non capisco di cosa parlino le donne nel bagno, ma me lo immagino e poi Sarah me lo conferma: nei bagni si parla di uomini. Alla fine del bagno, prima di vestirsi, ci si cosparge il corpo con olio di argan.

Dopo il bagno io e Sarah siamo andate a bere un tè alla menta e poi a casa. Me ne vado a letto pensando a queste donne, che per strada girano velate e nascondono i loro corpi con vestiti lunghi e informi, ma che dedicano, ai loro corpi nascosti tante attenzioni e cure, e in fondo, curare il proprio corpo insieme alle amiche e alle parenti, chiacchierare in uno spazio così esclusivo, è anche un modo per curare lo spirito.

Se uno si aggira per le strade di una qualsiasi città messicana tra il 31 ottobre e il 2 novembre può osservare, negli edifici pubblici e nei cortili delle case strani altari pieni di colore. Tavoli, cassette della frutta, sedie, tutto può servire per costruire questi oggetti singolari. Sono gli “altares de muertos”.

Gli altari sono dedicati ai cari defunti della famiglia, e sono pieni di colore, di allegria. Sono coperti con bandierine di carta colorata e ritagliata in forme diverse, in cui quasi sempre appare uno scheletro facendo qualcosa. Ci sono le foto delle persone che si vogliono ricordare, dei pani speciali che si cucinano solo per questa occasione, mole (il piatto principale di tutte le feste tradizionali messicane), teschietti di marzapane o di zucchero decorati con zucchero colorato, scheletrini intenti a svolgere attività quotidiane, fiori ci cempasúchil, oggetti appartenuti ai defunti, il loro piatto preferito, frutta, e molte altre cose, a seconda della fantasia e della creatività di chi compone l’altare. Tutto richiama abbondanza e allegria, il día de muertos non è un giorno triste, ma il momento in cui si festeggia e si ricorda con affetto le persone che se ne sono andate.

Questi giorni sono anche l’occasione per la composizione delle “calaveritas” poesie più o meno brevi dedicate alla morte e ai morti, in cui la prima è sempre derisa e perdente.

I messicani hanno un atteggiamento speciale nei confronti della morte: la trattano sempre con irriverenza, con ironia, con spirito sfidante, un modo per esorcizzarla che lascia ben poco spazio alla tristezza, alla preoccupazione, all’angustia.

La tradizione del dia de muertos, oggi legata alla festività cattolica del 2 novembre, ha in realtà origini molto antiche. Gli aztechi nel mese di agosto festeggiavano con grandi altari e grandi banchetti i loro morti, e anche la fascinazione per i crani umani viene da loro: a città del messico esisteva un muro costruito con i crani delle persone sacrificate, ancora oggi, nella comunità cora di Mesa del Nayar, la notte tra l’1 e il 2 di dicembre si espone un cranio umano, che secondo i cora appartiene ai resti del Rey Nayar, il loro antenato, e che riceve per tutta la notte le visite e le offerte dei fedeli.

Al di la dell’interesse per i risvolti antropologici di questa cosa, qualsiasi straniero rimane colpito dalla relazione dei messicani con la morte, e soprattutto, dalle celebrazioni del día de muertos. E anche io finisco per pensare ai miei morti con affetto e con allegria, senza farmi prendere dalla tristezza, se mi ricordo dell’importanza di vivere intensamente la vita e i suoi piaceri…

 

Ciudad Universitaria, città del Messico, 9 settembre 2011-09-21

 Ai mezzi di comunicazione, alla comunità universitaria, e alla società in generale.

Lo sorso mercoledì 7 settembre è iniziato il forum “Minería en santuarios y Regiones Culturales de América Latina” che risponde a un’iniziativa congiunta di studenti e accademici, così come di organizzazioni preoccupate per la problematica continentale che colpisce le comunità indigene e contadine latinoamericane che attualmente affrontano gravi violazioni dei loro territori da parte delle imprese transnazionali. Queste, con il consenso e la cooperazione dei governi, stanno implementando mega progetti minerari che costituiscono una minaccia severa agli ecosistemi, la cultura e i diritti dei popoli. Le miniere sono una delle attività industriali più distruttive a causa del livello di aggressività che rappresenta l’uso di sostanze letali come il cianuro, che oltre a essere dannoso per gli esseri umani, è anche un inquinante per la terra e l’acqua.

L’impatto ambientale consiste anche nell’uso indiscriminato dell’acqua che danneggia i cicli idrici fino al loro eventuale esaurimento, principalmente nelle zone semi desertiche; la violazione ai diritti dei popoli è un altro degli aspetti più preoccupanti, visto che, senza prendere in considerazione accordi internazionali come l’articolo 169 dell’OML, che riconosce e protegge i diritti territoriali dei popoli indigeni, i governi stanno consegnando le risorse naturali alle imprese minerarie passando sopra il diritto alla consulta riconosciuto nella costituzione, e nonostante questo implichi una minaccia molto seria alla cultura dei popoli indigeni e alle loro forme tradizionali di organizzazione.

Come parte della comunità universitaria, noi studenti, ricercatori e organizzazioni manifestiamo la nostra profonda preoccupazione per la direzione che prende questo modello capitalista neoliberale che adesso punta a estrarre le risorse dei nostri popoli indigeni e contadini, dove si nasconde una politica di spoliazione che oggi mette in pericolo i luoghi sacri dai quali dipende non solo l’ambiente, ma anche la conservazione di culture millenarie, che pregano e si prendono cura della vita nel mondo. Di fronte a questo segnaliamo che non si tratta di una lotta esclusiva dei popoli e territori colpiti, ma di tutta l’umanità.

Ci pronunciamo contro la campagna di divisione e sostituzione del popolo Wixárika che pretende consolidare il governo federale per fingere una consultazione che è priva di legittimità e validità.

Denunciamo la censura che prevale in questi tempi in cui non si riconosce l’apertura della diversità di idee che quando sono diverse dal pensiero egemonico e agli interessi capitalisti vengono bloccate come è il caso del compagno ecuadoriano Pablo Dávalos autore del libro “La democracia Disciplinaria. El proyecto Posneoliberal para America Latina” che avrebbe dovuto partecipare al forum e non ha potuto entrare nel paese perché gli è stato negato il visto.

Per ultimo segnaliamo che continueremo organizzandoci in una sola speranza e per un mondo dove la giustizia sia ciò che regge le politiche pubbliche e i processi e modelli di sviluppo, nel rispetto dell’autonomia della libera determinazione dei popoli originari e nella protezione e benessere di tutta la popolazione.

-Seminario de Investigación “La invención de Fronteras, Diferencia y Derechos Colectivos desde una Perspectiva Latinoamericana” del Posgrado en Estudios Latinoamericanos y adscrito al Centro de Investigaciones sobre América Latina y el Caribe.

-Programa de Posgrado en Estudios Latinoamericanos

-Red Nacional de Jóvenes Indígenas

-Caravana Universitaria Ricardo Zavala

-Medio Ambiente y Sociedad, A.C.

-Agua Vale más que Oro

-Colectivo Oaxaqueño en Defensa de los Territorios

-Frente en Defensa de Wirikuta Tamatsima Wa haa

-Frente Amplio Opositor a Minera San Xavier

-La Asamblea Veracruzana de Iniciativas y Defensa Ambiental

-Dra. Silvia Soriano Hernández

-Dra. Gaja Makaran

-Dra. Verónica Ibarra García

-Dr. Pablo Dávalos Aguilar

-Dr. Arturo Gutiérrez del Ángel

-Dr. Alfonso Valiente Banuet

-Dr. Gilberto López y Rivas

-Reportera Gloria Muñoz Ramírez

È arrivata anche sui media italiani la notizia dell’attacco avvenuto ieri contro un casinó nella città di Monterrey, nello stato messicano di Nuevo León.

Il locale è stato cosparso di benzina e incendiato, il bilancio attuale è di 53 morti e una decina di feriti. Monterrey era già da alcuni anni uno dei principali teatri degli scontri tra diversi cartelli del narcotraffico e di questi con le forze dell’ordine. Chi ha potuto permetterselo ha lasciato da tempo una città ormai pressoché invivibile, in cui le arterie stradali vengono bloccate dai narcotrafficanti, in cui non si può più uscire la sera e si deve avere paura di tutto. Nonostante questo, la violenza diffusa che si viva in questa città, rimaneva comunque nel contesto degli scontri dei narcotrafficanti tra di loro e con le forze dell’ordine.

L’attacco al casinó segnala il passaggio a un nuovo livello di scontro. Quest’atto di terrorismo è l’ennesima dimostrazione, la più chiara, del fatto che il Messico si trova ormai sul bordo dell’ingovernabilità. Il discorso ufficiale del governo messicano continua a mantenere toni trionfalistici che ormai, di fronte alla realtà dei fatti, suonano ridicoli.

Per riuscire a mantenere un minimo di credibilità il governo messicano dovrà riuscire a fornire, ai cittadini messicani e alle altre nazioni, risposte chiare e inequivocabili sulla marea di dubbi che si apre di fronte al nuovo scenario. Sarà una impresa difficile.

Traduco qui sotto un articolo pubblicato sul quotidiano La Jornada del 5 agosto 2011 in cui si spiega come, in tutto il continente americano, i popoli indigeni siano ormai abbandonati a sé stessi e alla mercé degli interessi delle grandi multinazionali.

Il testo originale si trova qui.

I popoli originari d’America, dal Canada fino al cono Sud vivono danneggiati da numerosi progetti di sviluppo e di estrazione di risorse naturali, poiché la maggior parte di queste attività si stabiliscono nei territori indigeni e rappresentano la minaccia che potrebbe portarli alla sparizione.

Secondo il rapporto di Amnesty International sui popoli indigeni, “sacrificare nel nome dello sviluppo”, alla marginalizzazione e discriminazione storiche si aggiunge oggi la connivenza tra i diversi stati e le grandi multinazionali, che oltre a provocare disastri ambientali, hanno seminato divisione e discordia tra le comunità indigene.

A motivo della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni, che si celebra il prossimo nove agosto, Amnesty ha richiamato i governi di tutta l’America affinché “la smettano di dare la priorità a progetti di sviluppo ai danni dei diritti di queste comunità”, visto che sono le principali vittime dei piani di estrazione di minerali, risorse energetiche o di sfruttamento delle bellezze naturali da parte di grandi consorzi turistici. Tutto questo succede in Amazzonia, ma anche negli Stati Uniti, Canada, America Centrale o nel cono Sud. Si calcola che in America vivano 40 milioni di indigeni.

“Risulta allarmante vedere come si violano continuamente i diritti umani di milioni di indigeni in tutta l’America. La loro sopravvivenza fisica e culturale è oggi in pericolo perché non c’è la volontà politica di riconoscere, rispettare e proteggere i loro diritti, quando questi sono considerati un ostacolo per la crescita economica” , ha spiegato Susan Lee, direttrice del Programma Regionale per l’America di Amnesty.

Una delle conclusioni del rapporto, basato sul lavoro di campo e la raccolta di denunce e allerte delle stesse comunità, è che i popoli indigeni si sono trasformati in un “ostacolo per gli interessi commerciali, ragion per cui sono minacciati, scacciati con la forza, uccisi nell’affanno di sfruttare le risorse naturali delle zone in cui vivono.” Un dramma che si è acutizzato per questioni finanziarie, come l’estrazione di risorse naturali che sostengono le economie di vari paesi della regione e la corruzione ricorrente dei governi da parte delle grandi imprese.

In Brasile per esempio, prosegue la costruzione della diga di Belo Monte su fiume Xingu in Amazzonia, nonostante l’ordine della Commissione Interamericana dei Diritti Umani di fermare il progetto fino a quando si possa valutare esaustivamente il suo impatto sulle comunità indigene. Nei paesi di tutta la regione come Argentina, Brasile, Canada, Colombia, Ecuador, Guatemala, Messico, Panama e Perù i popoli indigeni non sono stati consultati prima di approvare leggi che minacciano il loro ambiente di vita.

Sono anche stati realizzati piani di sviluppo in terre ancestrali senza rispettare il diritto indigeno a dare un consenso anticipato, libero e informato.

Fernanda Daz Costa, redattrice del rapporto di Amnesty, ha spiegato a La Jornada che “preoccupa l’aumento di interessi per certe materie prime e risorse naturali  nei territori di queste popolazioni.”

Mostra anche, però, che l’auto organizzazione degli indigeni  per esprimersi si è incrementata. Nonostante questo, la costante è uno scenario di intensa conflittualità sociale che in molti casi sfocia nella violenza, e in scontri che coinvolgono agenti dello stato. O a volte la violenza viene esercitata dai servizi di sicurezza delle imprese che vogliono estrarre le risorse naturali. Così gli agenti esterni (le imprese) operano per dividere le popolazioni, ci sono casi di comunità che si scontrano tra di loro.

La ricercatrice ha riconosciuto che è difficile dimostrare la relazione delle grandi imprese con gli assassinii politici, la persecuzione giuridica, le minacce e le sparizioni forzate dei leader indigeni. “Ma che ci sono molti indizi e denunce” che sostengono la teoria della partecipazione dei servizi di sicurezza delle multinazionali nella creazione di gruppi paramilitari o “che eliminano leader problematici. Tutto questo con la connivenza del governo o dello stato”. Daz Costa ha citato come caso paradigmatico quello della comunità Sarayacu, in Ecuador che oggi si trova di fronte alla Commissione Interamericana per i Diritti Indigeni. “In questo caso la comunità ha dimostrato che l’impresa Texaco è arrivata accompagnata dall’esercito negli anni ’80 e ha commesso numerosi sequestri, minacce, violenze e omicidi. “Diciamo che l’impresa e il governo hanno agito in modo coordinato”.

La ricercatrice ha indicato che ci sono numerose denunce dei supposti vincoli di multinazionali che finanziano paramilitari, che nel caso della Colombia hanno causato morte e distruzione nel paese. “Molte volte l’asse della discriminazione è che lo Stato non ha gli strumenti legali sufficienti per esigere alle imprese che agiscano in base ai diritti umani. Gli organismi controllori dello Stato non funzionano o semplicemente si impone la corruzione.”

Il rapporto completo si può consultare a questa pagina: www.amnesty.org

Armando Tejeda

Ho già più volte citato il movimento nato intorno allo scrittore Javier Sicilia.

Presento qui un articolo apparso sulla jornada del 26 giugno, che cerca di fare il punto della situazione e propone alcune riflessioni sull’incontro di Sicilia con il presidente della repubblica Felipe Calderón.

Il testo originale se si trova qui.

Verso dove va il movimento per la pace?

Pietro Ameglio

La decisione di intraprendere un dialogo diretto con il potere esecutivo è stata persa di comune accordo da Javier Sicilia e la gran maggioranza dei familiari delle vittime che hanno costruito questo movimento, non solo con l’obiettivo di dare visibilità a livello nazionale ai volti e alle storie personali di migliaia di vittime di questa guerra civile senza senso, ma anche per aiutare perché i loro familiari, come soggetti sociali, avanzino in un processo collettivo di lavoro per la giustizia, verità e dignità, e non solo per la risoluzione dei loro casi personali.

È sempre stato chiaro che questo dialogo costituiva un’azione di “lotta sociale”. Per questo i discorsi sono stati costruiti collettivamente con esigenze molto precise ai diversi poteri.

“Far sedere l’autorità” di fronte a milioni di messicani per ascoltare la testimonianza diretta delle vittime di questa guerra, confrontare con fermezza i governanti alla loro complicità con il crimine organizzato, dimostrare la loro incapacità per applicare la giustizia e la sicurezza, cambiare la loro agenda elettorale per una della pace, non ci sembra una cosa minore ne facile da ottenere. Ma chiaro, i mezzi di comunicazione e il potere fanno il loro lavoro: collocano la riflessione non sulle esigenze delle vittime e la necessità di organizzarci per renderle effettive, ma su un’immagine: la foto dell’abbraccio di Javier Sicilia con Calderón è sulle prime pagine della stampa, ma Javier ha uno sguardo serio e fermo, grave; Calderón un sorriso. Umanizzare e dialogare con l’avversario è un principio basilare della costruzione della politica, la pace e la non violenza, ma non ha niente a che vedere con sottomissioni o tradimenti, le esigenze forti e chiare che hanno espresso le vittime non lasciano spazio per nessuna speculazione al riguardo.

Alcune delle principali esigenze delle vittime sono state: avanzare verso un modello di sicurezza cittadina; presentazione immediata dei desaparecidos; creazione di una legge nazionale per le vittime (protezione, giustizia, indennizzo, memoria e vertià…); procure specializzate in femminicidi e sparizioni forzate in ogni stato; che la procura generale della repubblica si occupi dei casi paradigmatici di tutto li movimento; creazione di un banco nazionale di informazione genetica dei familiari delle vittime; compimento da parte dello stato delle risoluzioni della Corte Interamericana dei casi di Campo Algodoner, Radilla, Valentina Rosendo e Inés Fernández; collocazione in tutte le piazze di targhe con i nomi delle vittime, presentazione in tutte le scuole pubbliche di un video con testimonianze delle vittime; protezione della comunità di Cherán e dei suoi boschi, protezione dei luoghi sacri degli huicholes, contro l’impresa mineraria canadese e fine delle ancheria a Osutla e alle comunità zapatise; garantire il diritto all’acqua dei paesi dello stato di Morelos; smantellamento del gruppo paramilitare Ubisort; approvazione della riforma politica…Qual è allora il prossimo passo? Fare in modo che si compiano queste esigenze in un tempo breve, e questo sarà possibile solo se, come società, ci organizziamo e restiamo uniti nelle commissioni di lavoro del patto, in nuove mobilizzazioni non violente e pressione politica.

Questo non è un piano di lotta concluso ma in costruzione, è solo la presentazione degli obiettivi reali che puntano al cuore del problema e all’unica cosa che adesso unisce migliaia di cittadini: “Non un morto di più! Giustizia e dignità per tutte le vittime! Basta con la guerra!”

In questa prima tappa, il movimento ha reso visibile il fatto che la nazione, negli ultimi quattro anni, è attraversata da una guerra di 40 000 morti e 10 000 desaparecidos, che la gran maggioranza di questi sono vittime innocenti che hanno un volto, un nome e una storia personale degna di essere rivendicata; che non ci sono due gruppi con buoni e cattivi, ma ce n’è uno dove si mescolano bande delinquenti con la complicità delle forze armate, politiche e imprenditoriali, e un altro dove si trovano le vittime e che appartiene alla società civile.

Adesso cominciamo a camminare verso un’altra tappa molto più complessa: fermare la guerra, ottenere giustizia e verità, demilitarizzarci gradualmente. Dall’angolo della resistenza civile, è possibile che stiamo sulla frontiera tra la cooperazione con l’autorità e la non cooperazione e la resistenza civile. La carovana ha mandato segnali sullo stile nonviolento del movimento: il 7 giugno è stato chiamato il procuratore di Nuevo León a mezzanotte per presentargli i casi di 9 vittime e ottenere un impegno pubblico di mostrare in un mese degli avanzamenti nella soluzione dei casi. Un altro evento è stato realizzato nella piazza di Chihuahua quando Sicilia ha collocato di nuovo una targa di fronte al palazzo del governo in memoria di Marisela Escobedo, accusando il governatore di immoralità se l’avesse tolta, perché il padrone della piazza è il popolo. L’ultima azione da ricordare è la carovana, fatta a petizione della comunità, che questa domenica arriverà a Cherán con viveri e persone per aiutare nel lavoro per la pace, contro l’assedio che soffre questa comunità indigena.

Si è insistito molto nel dialogo sulla possibilità di sostituire, in parte, il modello di militarizzazione della sicurezza pubblica con uno di sicurezza cittadina civile e pacifica. Nel nostro paese ci sono esperienze interessanti al riguardo, le due principali che conosco sono quella della polizia comunitaria di Guerrero e quella delle comunità autonome zapatiste. In questi luoghi la droga e il crimine organizzato sono stati in parte controllati. Anche per questo è fondamentale realizzare una carovana verso sud, per ascoltare e imparare da queste comunità, e per conoscere le esperienze di resistenza civile.

Questo movimento per la pace è un’espressione cittadina consonante con l’indignazione morale che percorre il mondo, qui identificata con il “non ne possiamo più” (estamos hasta la madre). Esistono certamente molti errori che devono essere corretti, ma si dovrà fare in modo costruttivo, a partire dall’unità collettiva.

La critica è sempre benvenuta e necessaria quando serve per accumulare forza morale e materiale per la lotta, quando è accompagnata da un corpo che si presta al confronto.

Nella lotta contro l’inumanità abbiamo bisogno di tutti e di essere ogni volta sempre di più.

 

Un anno fa scrivevo dell’anniversario della cosiddetta “tragedia dell’asilo ABC”, in cui sono morti decine di bambini a causa di un incendio. (il post corrispondente si trova qui)

Da all’ora poco o nulla è cambiato: i genitori e i bambini non hanno avuto giustizia, l’insabbiamento del caso continua, e la politica istituzionale ha ormai smesso di parlarne.

Per fortuna i genitori delle piccole vittime non si sono dati per vinti, e anche se ormai molti sembrano aver perso fiducia nell’istituzioni che dovrebbero impartire la giustizia, non hanno smesso di cercare.

Domenica scorsa nello Zócalo, il cuore della politica istituzionale, la piazza di fronte al palazzo nazionale, le associazioni dei genitori hanno deciso di fare un processo allo stato messicano e alle diverse istanze coinvolte nella tragedia.

Emilio Álvarez Icaza, ex presidente della commissione per i diritti umani di città del Messico è stato il giudice di questo processo. Sono state invitate anche le autorità messicane a cui, non essendosi presentate, è stato assegnato un avvocato d’ufficio. Il giurato era composto da cittadini comuni, e sono stati invitati una grande quantità di testimoni e persone informate dei fatti.
C’erano alcuni invitati illustri, come Javier Sicilia, che sta capeggiando un importante movimento contro la violenza che vive il pase (a questo proposito può consultare il post anteriore), e alcuni analisti e intellettuali.

Tutta la società civile era invitata a partecipare al processo.

Lo stato messicano e le sue istituzioni sono stati giudicati colpevoli di omissione, negligenza, e insabbiamento del caso, è anche stata stabilita la responsabilità precisa degli amministratori dell’asilo per l’incendio.

Ovviamente questo processo non ha nessun valore legale, si tratta solo di una manifestazione cittadina, eppure, è interessante vedere come cittadini che si sono sentiti colpiti dal governo abbiano deciso di fare questo esercizio di giustizia, di portare davanti a tutti, in modo pubblico e aperto, le loro ragioni. Probabilmente questa manifestazione non ha commosso le alte sfere della politica, ma sicuramente ha coinvolto una gran quantità di società civile, di cittadine e cittadini ormai stanchi di sentirsi difesi e inascoltati.

Queste manifestazioni, così come la marcia per la pace e la giustizia di qualche settimana fa, sono il segno che qualcosa, nella società messicana, si sta finalmente muovendo. Non resta che sperare…

Il 29 marzo di quest’anno sono stati trovati, in un’automobile parcheggiata nella città di Cuernavaca, i cadaveri di 7 persone, sei uomini e una donna, morti soffocati. In un paese in cui le vittime della “guerra al narcotraffico” sono, dal 2006 a oggi, 40000, in cui nelle scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, si insegna a studenti e maestri che cosa fare in caso di sparatoria e lancio di granate, in cui i bambini sentono dei petardi e pensano che siano colpi di pistola, la morte di queste sette persone sarebbe passata quasi inosservata, un fatto di cronaca come tanti. Invece, per fortuna, non è stato così, e da quel 29 marzo, qualcosa comincia a cambiare: tra quei cadaveri c’era anche quello di Juan Francisco, figlio del poeta e giornalista Javier Sicilia.

Le autorità hanno tentato di dire, prima, che l’assassinio dei sette giovani era parte di un regolamento di conti tra narcotrafficanti, poi che quelle persone erano state uccise perché avevano denunciato dei delinquenti, alla fine, senza nessuna prova ne per l’una ne per l’altra ipotesi, hanno dovuto tacere. Javier Sicilia ha dato due settimane di tempo alle autorità per indagare sulla morte di suo figlio e cominciare a dare delle risposte, e di fronte al vergognoso silenzio di tutti gli organi di governo, il 13 aprile ha scritto una lettera aperta ai politici e ai delinquenti per esprimere tutta la sua indignazione e il suo dolore per la morte impunita di suo figlio e delle altre decine di migliaia di vittime di una guerra inutile. In quella lettera aperta Sicilia convocava la società civile all’organizzazione di una marcia per la pace e la giustizia, da svolgere proprio in questi giorni: alcune migliaia di persone sono partite ieri dalla città di Cuernavaca, domani arriveranno alla UNAM, e da li domenica partiranno per arrivare allo Zocalo di città del Messico. Ogni giorno diverse persone e organizzazioni si uniranno alla manifestazione, che sarà silenziosa, perché, dice Sicilia “nuestro dolor es indecible”, apre la marcia uno striscone che recita “Estamos hasta la madre”, che può essere tradotto più o meno come “non ne possiamo più, la misura è colma”.

Questa marcia è la manifestazione più grande e più vissuta da quando, nel 2006 il presidente (la cui legittimità al potere è quanto meno dubbia), ha deciso di cominciare una guerra contro il crimine organizzato ottusa e sempre più violenta. Finalmente un movimento cittadino alza la voce per dire, semplicemente, non ne possiamo più. Forse più tardi ci sarà il tempo per una riflessione politica più elaborata, per delle proposte, ma adesso l’importante è gridare il ripudio e il disaccordo per questa guerra, la necessità di un po’ di pace, la frustrazione nei confronti di uno stato che non solo non è in grado di proteggere i proprio cittadini, ma che spesso li minaccia e li ferisce quanto e forse più dei criminali. Oggi l’importante è cercare di fermare il massacro, poi ci sarà tempo per la riflessione.

Estamos hasta la madre.

La lettera aperta di Javier Sicilia si trova qui

Torno, di nuovo, sulla questione della difesa del deserto di wirikuta (Real de Ctorce, San Luis Potosí).

La distruzione del deserto di Real de Catorce, nello stato di San Luis Potosí, non sarebbe solo un disastro ambientale senza rimedio, ma anche una vera tragedia per il popolo huichol (Wixarika) e per altri gruppi indigeni messicani. Distruggere real de Catorce significa distruggere il luogo in cui è nato il sole, in cui il cervo si è sacrificato, in cui tutto ha avuto origine…è difficile spiegare a parole il senso di vuoto e di smarrimento che significherebbe per i gruppi indigeni la perdita di un luogo tanto importante.

Il deserto di real de catorce è area naturale protetta, e parte della rete mondiale dei santuari naturali dell’UNESCO, eppure, questo non ha impedito al governo messicano di cedere i permessi di esplorazione e sfruttamento minerario a un’impresa canadese, la First Majestic. Il popolo huichol non è stato consultato, e membri dell’impresa canadese si sono installati nei piccoli paesi di “mestizos” promettendo guadagni e benefici per chi lavorerà nella miniera, e fomentando il già forte razzismo nei confronti degli indigeni.

Per fortuna, le autorità tradizionali delle diverse comunità huichole sono riuscite a superare, almeno in questa occasione, i problemi che le dividono e hanno deciso di unirsi nel Frente para la Defensa de Wirikuta e a questo gruppo si sono poi aggiunti una gran quantità di altri soggetti: studenti, accademici, giornalisti, associazioni ambientaliste. Il frente agisce su diversi fronti: comunicazione, pressione alle autorità, studi dell’impatto ambientale e culturale delle miniere. Si tratta di un’esperienza interessante, in cui il modo indigeno di fare politica si unisce a quello degli attivisti di stile “occidentale”.

La battaglia sarà molto dura, ma la questione di Wirikuta sta ricevendo sempre più risonanza sul fronte nazionale e internazionale, speriamo.

Per saperne di più: http://frenteendefensadewirikuta.org/

“Diverse settimane dopo il mio ritorno, telefonai all’amico che mi aveva spinto a partire.

 

-Ah, sei tornato

-Si

-È stato noioso?

-Si

-Ti sei ammalato molto?

-Si

-Hai riportato con te degli appunti che non hanno né capo né coda e ti sei dimenticato di porre le domande più importanti?

-Si

-Quando riparti?

 

Risi debolmente. Tuttavia sei mesi dopo feci di nuovo ritorno nella terra dei Dowayo.”

 

(Nigel Barley, Il giovane antropologo, edizioni Socrate, 2008)

 

Finisce così uno dei libri di antropologia più divertenti, e onesti, che abbia mai letto: si tratta del racconto delle (dis)avventure sul campo di un giovane antropologo.

Il lavoro di campo è forse ciò che più di ogni altra cosa caratterizza il lavoro degli antropologi: è la fonte della maggior parte delle ricerche, e l’ispirazione di grandi discussioni teoriche, gli studenti ascoltano con ammirazione i racconti dei professori sul campo, il racconto di aneddoti tragicomici di cui si è protagonisti sono uno dei principali argomenti di conversazione degli antropologi, e, in generale, il lavoro sul campo è il rito di passaggio obbligato di tutti gli antropologi.

 

Finalmente è toccato anche a me e ora eccomi qua, di ritorno da un breve soggiorno nella terra dei cora. Questo gruppo indigeno vive sparso in comunità e villaggi sulle montagne della sierra madre occidentale, nel piccolo stato di Nayarit.

Conquistati definitivamente nel 1722 dopo una lunga serie di ribellioni, oggi i cora vivono lottando ogni giorno per poter mantener vivo il proprio stile di vita e la propria visione del mondo.

La prima sensazione, all’arrivo sul campo, è di inadeguatezza: un esempio tra tutti: non so fare le tortillas, quando ci provo mi vengono bruciate, o crude, o ciò che finisce bruciato sono le mie dita…arrivano delle bambine di sei anni e nel tempo in cui io finalmente riesco a fare due tortillas decenti loro ne hanno fatte sei. Ok, appunto mentale: quando torno a casa mi faccio insegnare a fare le tortillas (adesso ho imparato!).

Poi andiamo in giro, osserviamo, facciamo domande assurde, e molti non concepiscono che “quello” sia il nostro lavoro, che a 27 anni stia ancora studiando, e pure per una cosa che gli appare perfettamente inutile.

Tutti, ma proprio tutti, ci prendono giro, e poi ci sono le pulci che non danno tregua, il caldo, la polvere che ti entra anche nelle orecchie, cibi a cui uno non è abituato, acqua da bere di dubbia provenienza, le notti che sembrano interminabili perché non c’è l’elettricità…e qualche volta uno si chiede…”ma chi me lo fa fare??? Perché non ho studiato storia medievale???”

Ma poi…un po’ alla volta, le cose cambiano, la gente comincia a fidarsi di più, è anche incuriosita da quello che facciamo e soprattutto, apprezza il fatto che siamo disposti a sopportare anche le scomodità della festa pur di stare con loro (ci sono notti in cui tocca danzare fino alla mattina, giorni in cui bisogna alzarsi alle 4 per cucinare per un sacco di gente). Superate queste piccole “prove” uno appare un po’ meno inutile e un po’ meno strano e poco alla volta, soprattutto con le donne, si aprono piccoli spazi di complicità e di scambio. Finalmente, uno si ricorda anche il motivo per cui ha deciso di partire per una comunità sperduta sulla montagne: è solo così, attraverso gli “altri” e nonostante tutto quello che ci separa da loro che possiamo provare l’intensa emozione di scoprire, letteralmente, mondi nuovi.

 

 

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